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Senza arte nè parte (Giovanni Albanese, 2011)

Enzo, Carmine e Pandula sono tre impiegati nel pastificio del signor Tammaro. Quando vengono licenziati, perché il pastificio è divenuto completamente automatizzato, vengono re-impiegati come guardiani di un loft, di proprietà dello stesso Tammaro. 
All’interno del loft, improbabili opere d’arte contemporanee, che valgono una fortuna.
Scatta così l’idea per far soldi: diventare falsari di opere d’arte contemporanea.
In fondo che ci vuole?
Una scarpa con dentro una bottiglia di cognac è facile, da riprodurre.
Idem un uovo con un’impronta digitale, o una tela colorata di rosso e solcata al centro da un taglio netto…

Idea eccellente, dal potenziale enorme.
Idea sprecata in parte, però.
Ecco cosa mi sono trovato a pensare alla fine di questo “Senza arte né parte”.
Salemme e Battiston sono due attoroni, ma qui svolgono un compitino stiracchiato, senza infamia e senza lode. Così come senza infamia e senza lode è, alla fine, il film.
Che qualche risata la strappa pure: ma che, se non fosse stato “la solita commediucola italiana”, sarebbe potuto essere un gran film.

La critica all’arte contemporanea comunque c’è. O almeno, io ce l’ho vista. Ed è il grande merito del film. Verso il finale, un collezionista d’arte dice: “Non è importante che l’opera sia originale o falsa. Nel momento in cui viene battuta all’asta, diventa automaticamente vera.”

Lo dico senza giri di parole: l’arte contemporanea, per me, è pura immondizia senza senso. E questo, in un certo modo disincantato, sembrano capirlo anche i protagonisti della storia. Che però si mettono d’impegno, e studiano l’arte per capire al meglio le “schifezze” che hanno di fronte, e come riprodurle in maniera perfetta.

Diventano talmente bravi che, ad una mostra d’arte, Salemme viene scambiato per un artista da una gallerista francese, che gli chiede di realizzare un’opera al volo. E Salemme l’accontenta: ricalco della mano con una penna, quattro schizzate di uva, un po’ di rosso, et voilà!
L’opera è servita.

Si evince anche il rincoglionimento generale dei critici d’arte (ne abbiamo parlato qui, se vi ricordate). I tre eroi rompono una delle opere d’arte contenute nel loft, un uovo caratterizzato da una impronta digitale. Lo riproducono alla perfezione, e quando un cliente lo tocca e lo palpa per acquistarlo, dice di “sentire” che l’uovo è diverso da tutte le foto presenti nei cataloghi perché è “quello reale, quello tenuto in mano direttamente dall’artista”.

Stesso discorso per i gestori delle case d’asta, che prendono per buoni i falsi creati dai tre protagonisti. E li vendono a più di un milione di euro.

Senza arte né parte è uno di quei filmetti da vedere “a cervello spento” (come dico io), non impegnativi, e rilassanti. Se vi capita, magari dateci comunque uno sguardo.

2 commenti:

  1. Vidi il trailer e mi ripromisi di rivederlo, cosa mai fatta D:...devo recuperarlo u.u

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    1. Un'occasione gliela darei, fossi te. Da guardare a "cervello spento". :D

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