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Dodici - Zerocalcare

L’apocalisse zombie sta dilagando.
Rebibbia è ormai appannaggio di non morti e mostri antropofagi.
Le strade non sono sicure, il cibo scarseggia, le possibilità di sopravvivenza sono minime.
Eppure, qualcuno è sopravvissuto.
Tra coloro che ce l'hanno fatta ci sono Zerocalcare, Cinghiale, Katja e Secco.
Tra una partita ai videogame e l’altra, un soldino e l’altro, un plumcake e l’altro, i quattro devono cavarsela uccidendo zombie a destra e manca.
Fino a quando, un loro vicino, non gli annuncia il piano definitivo: c’è un pullman a disposizione che li può portare lontano, a Ostia, dove sembra si sia stabilita la resistenza umana.
Riusciranno i nostri eroi ad arrivare incolumi all’ora stabilita, salire su quel pullman e salvarsi?

Seguo Zerocalcare da quando non se lo cagava ancora nessuno.
Nel senso che nessuno sapeva chi fosse. Ad ogni modo, ne ho parlato abbondantemente QUI.
La cosa strana è che, nonostante lo segua dagli albori, non sono mai riuscito a parlare delle sue strisce (più o meno) quindicinali, de “La profezia dell’Armadillo” e di “Un polpo alla gola”.
Perché, nella loro estrema “facilità”, li trovavo di una complessità disarmante.

Dodici, la nuova fatica del Rech nazionale, non è il suo miglior lavoro.
Tuttavia credo sia il più interessante.
Sia per le premesse, sia per lo svolgimento, che per la realizzazione.


Il buono Michele Rech, in arte Zerocalcare

Sto leggendo critiche impietose, su questo Dodici.
Per lo più da parte di gente che probabilmente fa fatica a collegare il cervello alle dita che in quel momento stanno pigiando i tasti di una tastiera scrivendo recensioni negative.

Per molti, Dodici è un albo scialbo, brutto, inconcludente, senza capo né coda, privo di un vero finale, banale, incasinato.

Se io dovessi scegliere un aggettivo, invece, utilizzerei “ambizioso”.


ZACK!

Ambizioso nello stile, ambizioso nei tempi narrativi, ambizioso nello storytelling. È il “solito” Zerocalcare, che abbonda in citazioni nerd, gag videoludiche, situazioni da “clichè” film/fumettistiche (sempre epici i riferimenti a Kenshiro o ai Cavalieri dello Zodiaco, esempi di stoica sopportazione al dolore), ma è anche un Zerocalcare “diverso”, che parte dallo stereotipo della pandemia (con gli zombie che, a conti fatti, sono il “solito” pretesto narrativo) per firmare quella che, a tutti gli effetti, è una lettera d’amore nei confronti del suo quartiere, Rebibbia.

I vaneggiamenti del “moribondo” Zerocalcare, da soli, valgono la lettura di Dodici.
In mezzo, c’è il resto.


Rebibbia mon amour...

Solo chi non riesce a tenere acceso il cervello per più di due minuti può dire che le alternanze temporali sono confusionarie, soprattutto se vengono evidenziate dall’orologio digitale che mostra che ore sono e dal passaggio al colore al bianco&nero.

Altro pregio dell’albo, infatti, è questo: la presenza di tavole colorate, che si avvicendano a quelle in bianco e nero (dove l’unico colore diviene il rosso del sangue degli zombie mortiammazzati dai protagonisti a colpi di mazze da baseball, katane, e oggetti contundenti di varia natura).

Un po' di sano splatter non fa mai male...

Katja, Secco e Cinghiale sono un ottimo trio, e non fanno rimpiangere l’assenza di Calcare, semimoribondo.

Quello che io ho visto in questo Dodici è stata la voglia di sperimentare e osare, uscire fuori dallo schema “tradizionale” che aveva contraddistinto il superbo “Un polpo alla gola”.
Personalmente non ho visto nella mancata spiegazione dell’origine della pandemia zombie un difetto (davvero avete bisogno dell’ennesimo spiegone su come si può sviluppare una cosa del genere? Seriously?); né ho constatato l’inconcludenza del finale che ha scontentato la maggioranza dei lettori (se siete lettori di Zerocalcare davvero non vi aspettavate una cosa del genere da Cinghiale? Ma soprattutto, cosa c’è che non va in Katja, Secco e Calcare che fanno quel che fanno alla fine?).


Zerocalcare, Secco, Katja e Cinghiale!

Perciò ribadisco quello che ho scritto all’inizio: Dodici non è il miglior Zerocalcare, ma secondo me è il più interessante visto sin’ora.
E poi, pagarlo 4 sterline (col cambio ci guadagno, eheheheh) in edizione digitale significa averlo praticamente gratis…

Cosa si può volere di più?

E voi?
L’avete letto?

Se sì, che ne pensate?

5 commenti:

  1. Ne parlavo giusto ieri sul blogghe.
    Fortunatamente, io ne sto sentendo parlare solo bene, e ormai è una costante quando si tratta di un prodotto di Rech.
    Magari un giorno arriverà anche per lui la fase calante, ma, per ora, non se ne parla neanche: è sempre arguto, intelligente, divertente, leggero, di quelli che ne vorresti ancora e ancora.
    Su Dodici in particolare, non mi ha disturbato la mancanza di un inizio o di una fine, ma una volta o due sono rimasto perplesso dall'alternarsi dei flashback... ma proprio a volergli trovare un difetto, eh.
    Le pagine coi monologhi su Rebibbia sono vera poesia.

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  2. Il raccontare la semplice apocalisse zombi, e la loro fuga dal loro quartiere non mi è bastato.
    Nella Profezia e nel Polpo c'è qualcosa che lui voleva raccontare, trasmettere al lettore, un qualcosa che in DODICI è venuta a mancare.
    Per me è mancato il motivo per cui voler pubblicare questo volume la "la raison d'etre"
    Ok l'amore per Rebibbia però manca qualcosa.

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  3. Sostanzialmente concordo.
    Non è il miglior Zero (gli altri, mediamente, mi sono piaciuti tutti di più), ma non lo boccio.
    E poi apprezzo proprio l'evidente voglia/sforzo per sperimentare, per uscire dal solito schema.
    Schema che per me funziona, non fraintendere, ma di cui ovviamente non si può abusare all'infinito.

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  4. Penso lo comprerò al Comics, però stavolta niente fila per gli autografi, che di quelli ne ho già due :D

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  5. il cristo di hokutoooooooooooooooooooooooooooooooooooo

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